Noi questo fiume lo navighiamo, lo studiamo, lo rispettiamo. Sappiamo che non esiste energia a impatto zero. Esistono solo scelte. E ogni scelta lascia un segno.
Per questo il nostro lavoro non è solo portare le persone a fare rafting. È far conoscere il fiume. È farlo amare. Con la vostra presenza ci aiutate a testimoniare che il fiume non è solo una risorsa da sfruttare per l’energia,ma può aiutare a destagionalizzare un turismo montano che deve fare i conti col cambiamento climatico.
Perché si protegge davvero solo ciò che si conosce.








Quando si parla di energia “green” immaginiamo qualcosa di pulito, perfetto, senza conseguenze. Ma chi passa la vita sull’acqua sa che la natura racconta una storia più complessa.
Scendendo l’Adda a bordo dei nostri gommoni, non accompagniamo solo le persone in un’avventura: attraversiamo un ecosistema fragile, vivo, che ogni giorno subisce ferite invisibili. Le vediamo sulle sponde che crollano. Negli alberi che non riescono più a mettere radici e finiscono trascinati via dagli sbalzi improvvisi del livello dell’acqua, causati dai rilasci delle centrali idroelettriche.
In poche ore il fiume può salire o scendere di diversi metri. Un respiro innaturale, forzato. L’energia green al 100% non esiste
Quando l’energia non conviene, l’acqua viene trattenuta. L’Adda si svuota. L’Adda – lo stesso fiume che Leonardo da Vinci descrive come una forza che “si ritorce in sé stessa vorticosa” – per molte ore al giorno diventa una sequenza di pozze scollegate, attraversabili a piedi.
In quelle pozze restano intrappolate trote e temoli. Diventano facile preda. E, poco alla volta, l’equilibrio si spezza.
